Conoscendo Giovanna Zoboli

Ho cominciato a scrivere, in particolare poesie, a otto anni. A leggere, un po’ prima. La prima cosa che ho letto sono state le insegne dei negozi.

Fu una bellissima esperienza. Stavo seduta in automobile e mi apparivano grandi scritte luminose. Parlavano. Proprio come se la via pensasse e commentasse in presa diretta e le parole si accendessero, per chi stava attento. Da quel momento in poi, sono andata avanti e leggere mi è piaciuto sempre di più. O forse no. Quella prima scoperta della lettura, lo sgomento di saper decifrare e comprendere, è stata insuperabile. Tutto quello che è venuto dopo, è stato la conseguenza di quel fatto fenomenale.

Le cose che scrivevo da bambina non erano capolavori, tutt’altro, ma sicuramente testimoniavano un orientamento. E i bambini vanno presi sul serio, il che è molto diverso dall’idolatrarli, due cose che oggi si scambiano con facilità. I miei presero sul serio questo mio interesse, nel senso che lo coltivarono senza smancerie o fanatismi. Si limitarono a darmi strumenti, a scegliere, consigliarmi libri, a portarmi al cinema, a teatro, nei musei. Era un fatto normale, e mi piaceva molto fare queste cose con loro e con mia sorella, così come mi piaceva andare al mare e mettermi il salvagente con la zebra o allo zoo a dare il pane alle capre: non c’era differenza.

Fu per questo, credo, che io stessa non intesi mai lettura e scrittura come attività secondarie, hobbistiche. Per me erano fondamentali, e non mi parve sensazionale pensare, quando ebbi, 18, 20, 24 anni, di farne la mia professione. Perciò, quando mi sentii dire da più parti che seguire un indirizzo letterario o umanistico negli studi sarebbe stato una sciagura per il mio futuro non solo economico, non mi parve sensato dargli credito. Dentro di me catalogai queste opinioni come luoghi comuni: cosa di cui sono ancora oggi convinta, peraltro.

Ciò detto, non significa che fu in alcun modo facile fare della lettura e della scrittura la mia professione. Anche questi sono piani che si confondono facilmente, e questo porta a non poche frustrazioni. È meglio sapere in che tipo di problema ci si sta andando a cacciare (non che in altri campi sia meglio).

Una volta, tempo fa, un amico mi chiese cosa potevamo fare per la poesia. Risposi che io niente, dato che sicuramente era la poesia a poter fare molte cose per me.

In generale è questo il mio punto di vista sulla lettura e la scrittura, e credo che questa idea mi sia stata di grande utilità nel mio lavoro.  A me quello che interessa è poter fare queste due cose, e questo è quanto. Naturalmente quel po’ di successo che ho avuto svolgendo questo lavoro è molto gradevole e gratificante, ma non è in alcun modo lo scopo (il successo è altra cosa dal riconoscimento, componente, invece, necessaria). Credo che assumere questa prospettiva aiuti molto a fare un lavoro dignitoso e tenga lontani da aspettative spropositate e fuorvianti.

Ho cominciato a lavorare in una casa editrice specializzata in libri su automobili, dove scrivevo per intero la rivista del Ferrari Club Italia, io che non ho nemmeno la patente. Fu interessante e imparai un sacco di cose, senza parlare di tutti i pazzi che incontrai disposti a cedere moglie e figli per un pistone d’epoca. Mentre studiavo (Pavese, Calvino, Eco, Piero della Francesca, Petrarca, Ovidio eccetera) mi ero allenata scrivendo soggetti per fotoromanzi: ne scrissi cento. Quando hai scritto cento soggetti per fotoromanzi, il che significa cento diverse storie d’amore costruite in modo da far arrivare il lettore fino all’ultima pagina, praticamente sei pronto per qualsiasi cosa.

Qualche anno dopo iniziai a collaborare con Mondadori Ragazzi che pubblicò il primo romanzo che scrissi (insieme a Massimo Scotti). La collaborazione durò dieci anni in cui feci cose diverse: traduzioni, manuali, libri tratti da film, editing eccetera. Anche questa esperienza fu utilissima. Nel frattempo avevo aperto uno studio di comunicazione che partì subito baldanzosamente, ampliando, con ciò, le mie esperienze di scrittura: design, banche, assicurazioni, grande distribuzione, marchi di abbigliamento e cosmetica e molto altro. In tutto questo, continuavo a scrivere e a pubblicare qua e là poesie, racconti eccetera, che ogni tanto vincevano anche qualche premio, cosa di cui, con una certa ingenuità, ero molto contenta.
Quando nel 2004 arrivai all’idea di Topipittori, la casa editrice che ho fondato con mio marito, Paolo Canton, bibliofilo, figlio di tipografo e laureato alla Bocconi con una tesi sull’editoria periodica (eravamo colleghi nella casa editrice di libri sulle automobili), tutte queste esperienze confluirono in un’unica attività. Ormai sapevo scrivere e sapevo fare il lavoro editoriale: da quel momento potei dedicarmi a realizzare le idee che nel tempo mi ero fatta su come debba essere un libro, per bambini, ragazzi ma anche non.

Sono passati tredici anni, oggi il catalogo Topipittori conta poco meno di 200 titoli di cui circa la metà è stata tradotta in almeno una lingua straniera (e alcuni perfino in dieci). Per Topipittori ho scritto 34 libri, tutti albi illustrati. Una delle cose che mi è sempre interessata, infatti, è scrivere in presenza di immagini. Credo sia una caratteristica del mio modo di lavorare.

Ad autunno usciranno il 35° e il 36° libro della lista: Gatto Felice, con illustrazioni di Simona Mulazzani con la quale ho realizzato già sei albi; e La lucertola e il sasso, con illustrazioni di Massimo Caccia, con cui come autrice ho già realizzato un albo (e altri due sono nel catalogo Topipittori).

Sono libri diversissimi: Gatto Felice, è decisamente narrativo, con un testo più lungo del solito. Siccome in giro si sente dire spesso che il testo in un picture book deve essere breve, e a me questa cosa lascia un po’ perplessa perché secondo me una delle cose belle degli albi illustrati è che hanno un format che lascia molto liberi e non prevede norme che regolino la quantità di parole, ho pensato di fare un albo con un testo spropositatamente lungo. Invece La lucertola e il sasso ha un testo supersintetico. Questa sintesi nasce dal contatto con le illustrazioni di Massimo Caccia, che mi fanno sempre pensare ad apparizioni fulminanti. Infatti sono partita dalle sue lucertole per scrivere questo libro.

In genere scrivo sempre sapendo chi illustrerà il testo. Per scrivere il più delle volte parto dall’immaginario di illustratori con cui trovo grandi affinità, ma che magari poi sono diversissimi fra loro, come Caccia e Mulazzani. Questo mi permette di avere registri molto diversi, una cosa che mi interessa sperimentare per scoprire nuovi aspetti della mia voce. In questi anni, infine, le mie ricerche e studi sulla letteratura, in particolare per ragazzi, mi hanno portato a collaborazioni con riviste, online e non, come Hamelin, Doppiozero e Federico Novaro Libri, una dimensione di scrittura sicuramente impegnativa, ma che trovo congeniale.

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